Finalmente ci siamo. Lo scorso anno dovemmo, ahimè, abbandonare il progetto della traversata della Valle dell’Argentino attraverso il fiume perché la nostra “guida esclusiva”, zio Felice, ebbe un brutto incidente che lo obbligò a un lungo periodo di stop.
Un anno dopo, siamo pronti a partire.
Ne avevamo parlato a lungo, di questa avventura: discendere interamente il fiume partendo da Novacco fino a raggiungere il comune di Orsomarso, accesso diretto alla Riserva Naturale Valle del Fiume Argentino. Una bella impresa, sia per i tempi — circa dieci ore di cammino — sia per le difficoltà del tracciato che, come è risaputo, attraversa una delle zone più selvagge del Parco Nazionale del Pollino, dove la segnaletica scarseggia e l’orografia del territorio è alquanto complicata.
È importante chiarire che questo nostro desiderio nasce dalla combinazione di due fattori.
Il primo è senz’altro la curiosità di scoprire un luogo antico e le incredibili vicende che lo hanno attraversato: dal monachesimo bizantino nel Mercurion, culla del misticismo dell’Italia meridionale, fino a tempi ancora più remoti, quando queste terre rappresentavano una via istmica di collegamento tra Sibari e Laos. E poi, facendo un enorme salto nel tempo, la nostra piccola rivoluzione industriale, segnata dalla società tedesca Rueping, che lasciò un’impronta profonda anche su Saracena, il nostro paese natale.
Il secondo fattore, invece, è proprio lui: zio Felice, il nostro accompagnatore.
Per chi non lo conoscesse, zio Felice è un profondo conoscitore di questi luoghi perduti. Perduti per molti, ma non di certo per lui, che qui è cresciuto e che, soprattutto, ne è in qualche modo il custode.
Non nel senso più comune del termine: lui ne custodisce la storia, i racconti e le vicende sociali, vissute in prima persona oppure tramandate da chi, in quella valle, ha riposto parte della propria vita, se non tutta.
La montagna, una volta, era casa. Era lavoro, sostegno e disperazione, possibilità e privazione. Era, ed è ancora oggi, un fatto sociale che ha lasciato una traccia indelebile nella mente e sulla pelle di alcune persone.
Tra queste c’è proprio la nostra “guida” di questa incredibile giornata.
La squadra: Antonello Viola, Marco Gagliardi, Fabio Viola, Mimmo Padula “il sub”, Angelo Forte e zio Felice Lucchese.
Il pulsante ON viene premuto la sera prima. Ritrovo a Masistro Park, così da essere già pronti a partire il mattino seguente. Sveglia alle 6:00, partenza alle 7:00: dobbiamo anticipare il più possibile i tempi e qualcuno ci accompagnerà in auto fino al punto più vicino all’inizio della discesa.
Cena comunitaria, tanti sorrisi e tanta adrenalina. Un bicchiere di moscato e tutti a letto.
Alle 6:00 siamo tutti in piedi. Sistemiamo le ultime cose e saliamo in macchina. Il buon Alessandro ci farà da autista: ci infiliamo in sette nell’auto e resistiamo fino al punto di partenza, in località Tavolara.
Zio Felice prende gli ultimi riferimenti e si parte.
Abbandoniamo lo sterrato e siamo subito sotto strada. Perdiamo quota facilmente e la vegetazione comincia a cambiare velocemente. Nonostante sia settembre, iniziamo subito a sentire caldo: via le giacche.
Dopo circa un’ora, i primi segni.
Pezzi di ferro abbandonati, cavi d’acciaio, pulegge. Siamo in una sorta di aia che un tempo, probabilmente, era un luogo frequentato. Lo si capisce anche dagli alberi da frutto che spuntano tra un rovo e l’altro: non sono lì per caso. Qualcuno li piantò con un intento preciso.
Zio Felice non ha dubbi: quello era un piccolo “accampamento” degli operai della famigerata Rueping.
Chissà quante persone sono passate da lì e quanto lavoro duro hanno affrontato tra il 1910 e il 1935 circa.
Siamo già emozionati. Iniziamo a rastrellare l’area alla ricerca di quante più tracce possibili: funi, carrelli, binari, giunti, pulegge. Ogni ritrovamento scatena una nuova ipotesi: a cosa serviva? Come funzionava? Chi lo utilizzava?
Angelo fa notare come parte di quel materiale sia ancora lì, quasi intatto dopo più di cent’anni. Oggi, nella migliore delle ipotesi, la componentistica di un’auto dura dieci anni.
Fabio non ha dubbi: vuole tornarci. C’è troppo che abbiamo lasciato lì. Ma non abbiamo tempo per rimanere: abbiamo le ore contate e in quel posto potremmo trascorrerne altrettante a giocare con l’archeologia industriale.
Decidiamo che torneremo. Non sappiamo bene quando, ma bisogna farlo.
Proseguiamo il viaggio.
Zio Felice si muove come un milanese in metropolitana: conosce tutte le fermate e distingue i faggi come se fossero pensiline dell’ATM. In un certo senso, è lui l’ATM.
Ci racconta che quando, da ragazzo, si muoveva in questi luoghi bisognava inventarsi un modo per non smarrirsi. Il sistema più sicuro era lasciare un “segnale”: un ramo tagliato con l’ascia, un’incisione su un faggio. Ognuno aveva il proprio modo personale di farlo.
Lui, ingenuamente, aveva cominciato a lasciare una “F” qua e là, incisa sugli alberi. Aveva da poco imparato a firmarsi con il proprio nome: quale migliore allenamento?
Racconta che, sempre in quegli anni da giovane esploratore, qualcuno gli fece notare che la Guardia Forestale lo avrebbe identificato piuttosto facilmente se avesse continuato a firmarsi con una F. Ma ormai era troppo tardi: era condannato per sempre.
Mentre ci racconta questa storia siamo fermi davanti a un faggio.
Sul tronco c’è ancora una F.
Quando fu incisa, noi non eravamo neanche nati.
Qualcuno potrebbe polemizzare su questo modo di segnare un percorso ed è quindi doverosa una riflessione.
A quei tempi non si trattava affatto di “tracciare un sentiero”. Si trattava, molto più semplicemente, di riuscire a tornare a casa dopo una dura giornata di lavoro, lontano da casa e da quel comfort — parola probabilmente quasi priva di significato — che un adolescente di allora non poteva permettersi.
Oggi non ci sogneremmo mai di incidere una lettera su un albero. Non avrebbe alcun senso. A quei tempi, invece, un senso lo aveva. O, meglio ancora, era la conseguenza naturale di un preciso momento storico e sociale, del quale oggi forse soltanto qualche anziano signore, con le mani consumate e la schiena curva, potrebbe farci comprendere fino in fondo il significato.
Le montagne, allora, non si chiamavano Parco.
Le escursioni non si facevano la domenica e, soprattutto, non si facevano per il piacere di farle. In montagna si andava per necessità. Si viveva di pastorizia, agricoltura e scambi — in alcuni casi quasi di baratto — ed era più che legittimo inventarsi un modo per ritrovare la strada del ritorno.
Perché se, per andare a lavorare il lunedì mattina, dovevi partire a piedi la domenica sera, affrontare chilometri, dislivelli e luoghi impervi, la priorità era una sola: riuscire ad arrivare e, soprattutto, riuscire a tornare, possibilmente illeso insieme al piccolo patrimonio che portavi con te.
Ai puritani della montagna che ancora oggi potrebbero storcere il naso davanti a questo approccio, proporremmo un piccolo esperimento: lasciare a casa dispositivi elettronici, GPS, abbigliamento in Gore-Tex e suole Vibram e trascorrere qualche giorno immersi in uno dei luoghi più impervi della Calabria Citra.
Forse, davanti a quella vecchia F incisa su un faggio, il giudizio sarebbe un po’ diverso.
Il viaggio prosegue.
Zio Felice ci racconta che, da ragazzo, camminando in questi boschi, ricordava un grande faggio che oggi qualcuno potrebbe definire “monumentale”. Dopo diverso tempo insieme a Luigi Scarpelli, caro amico di Felice, è riuscito a ritrovarlo e oggi ci porterà lì per farcelo vedere.
Sale l’emozione e cresce la curiosità di incontrare questo testimone vivente, abitante silenzioso di quei boschi.
Siamo arrivati.
Un faggio pachidermico.
A giudicare dalla possenza e dal diametro, crediamo possa avere almeno quattrocento anni. Un miracolo vivente.
Ai suoi piedi ci sentiamo fortunati. Fortunati a essere lì e a poterlo ammirare. Pensiamo a quante persone avrebbero “bisogno” di trovarsi davanti a qualcosa del genere, a quanti bambini dovrebbe essere concesso il diritto di farlo e, forse, a quanti adulti dovrebbe spettare il dovere.
Ci lasciamo così andare a riflessioni complicate sul come e sul perché di quella che percepiamo come una deriva sociale del nostro tempo.
Poi riprendiamo il viaggio.
Salutiamo il faggio. O forse è lui a salutare noi, consapevole che sono finiti i tempi in cui incontrava tanta gente e che, probabilmente, rimarrà lì da solo ancora per un bel po’.
Scendiamo sempre più in basso. Ormai siamo intorno ai 700 metri di quota e il fiume è sempre più vicino.
Ci siamo.
Indossiamo i caschi e ci immettiamo nella Fiumarella di Tavolara. Dopo pochi metri raggiungiamo il punto in cui questa incontra la Fiumarella di Rossale: davanti a noi si apre uno splendido anfiteatro di roccia e acqua, illuminato dal sole.
Una pausa è d’obbligo.
Erano quasi dieci anni che non mettevamo piede qui, almeno per me e Marco, per gli altri è la prima volta ma non di certo per zio Felice. E da questo momento in poi saremo sempre dentro il fiume.
Siamo in una gola profonda. Se fino a questo momento non abbiamo avuto campo telefonico, sappiamo che da qui in avanti non ne avremo affatto, almeno fino al nostro arrivo al Rifugio Montano Povera Mosca, previsto per le 18:00.
La cosa ci fa sentire strani.
Ma, in qualche modo, ci consola.
Qui iniziano i primi test sulla nostra dimestichezza acquatica. Angelo comincia a perdere i primi pezzi dei suoi nuovi e scintillanti scarponi, acquistati circa dieci anni prima e utilizzati tre volte: un grande classico esempio di morte da scatola.
Proseguiamo tra salti d’acqua, cascate, rocce scivolose e qualche passaggio un po’ più “tecnico”, agevolato fortunatamente dalla presenza di alcune corde lasciate lì per facilitare il cammino.
Andiamo avanti per diversi chilometri. Alla fine saranno 18 km totali.
Facciamo diverse pause, ce la prendiamo con calma. Siamo perfettamente in orario e, se non ci saranno imprevisti, arriveremo a destinazione per le 18:00.
Una delle fermate più belle rimane sempre la cascata di Fauzofili: un’imponente cascata con un salto di circa quindici metri e una portata d’acqua poderosa, capace di creare uno scorcio fiabesco dal quale è difficile distogliere lo sguardo.
Tante belle chiacchiere, un fico secco e si riparte.
Zio Felice è sempre avanti. È difficile stargli dietro.
In un certo senso credo che lui stia facendo il suo personale viaggio. Lo sguardo è sempre dritto davanti a sé, sicuro di quale sarà la prossima tappa. Ogni tanto ci racconta la storia di qualcuno che ha accompagnato prima di noi: giovani e meno giovani che hanno contribuito, in qualche modo, anche alla sua storia personale e alla sua intima relazione con “ù iumə”, come lo chiama lui.
Di questa sua incredibile connessione con il suo “nonluogo” me ne sono reso conto proprio parlando con zio Felice.
Per me è incredibile vederlo camminare lì, dopo che una brutta caduta, lo scorso anno, aveva spento il nostro entusiasmo di partire. Immaginarlo fermo su una sedia o, peggio ancora, in un letto in attesa di guarire ci aveva riempito di profonda tristezza.
In fondo, per noi potrebbe essere nostro nonno. Uno di quei nonni che non sanno stare fermi, che si sono sempre dati da fare. Uno di quei tuttofare che hanno tante cose da insegnarti e che, proprio per questo, diventa difficile immaginare in standby.
Ne ho parlato con lui mentre proseguivamo. Gli ho confidato che, nei suoi panni, avrei trovato difficilissimo rassegnarmi all’immobilità e a una ripresa così lunga.
Lui mi ha confermato quanto fosse stato difficile.
Poi, a un certo punto, i suoi occhi specchiavano come l’acqua del fiume e mi ha detto qualcosa che non dimenticherò.
Qualcosa che sancisce per sempre il suo personale legame con “ù iumə”.
Mi ha raccontato che, quando è caduto a terra, la prima cosa a cui ha pensato è stata:
“Chissà se riuscirò mai a rivedere il fiume.”
Lì fu tutto chiaro.
Chiaro come le acque del fiume.
Panta rei — tutto scorre.
Alcuni luoghi scorrono sulla pelle delle persone che li hanno abitati fino a penetrarne il corpo e poi la mente. Diventano parte di quelle persone e, allo stesso tempo, quelle persone diventano parte del luogo.
E quindi parte della sua storia.
È il momento del pranzo.
Ovviamente siamo in mezzo al nulla, ma siamo di forte spirito calabrese e abbiamo portato con noi diversi patrimoni dell’UNESCO — come dice un nostro caro amico che purtroppo non è potuto essere lì con noi — tra cui del buon vino fatto in casa, soppressata fatta in casa, formaggio di capra fatto in casa, pancetta fatta in casa, pomodori dell’orto personale e via dicendo.
Tutta una serie di prodotti eccellenti.
Buoni a casa, figuratevi nel bel mezzo della vallata, dopo chilometri di strada e litri di sudore.
Uno dei pranzi migliori che ricorderò mai.
Per il cibo, certo.
Ma soprattutto per le persone.
A un certo punto, lungo il percorso, zio Felice ci avverte: stiamo per raggiungere un luogo unico.
E così è.
Ci troviamo sotto un maestoso torrione ricoperto interamente di muschio, come un riccio vestito del suo manto, ma… sotto la doccia.
Il torrione, infatti, è pregno d’acqua. Più in alto una sorgente lo investe in pieno, ma il suo manto di muschio riesce ad attutire l’acqua e a distribuirla su tutta la superficie, creando uno sgocciolamento radiale che simula una sottile pioggia.
Una pioggia nella quale, per proseguire il viaggio, dovremo presto entrare.
I riflessi del sole fanno il resto.
Zio Felice è chiaro e ci ordina di mettere impermeabile e torcia.
Ok per l’impermeabile.
Ma la torcia?
Sono le tre del pomeriggio, fa giustamente notare Angelo.
Dopo pochi metri capiamo il perché.
Zio Felice ci aveva detto di aver trovato un passaggio interessante per proseguire lungo il fiume.
Per farlo, però, è necessario passare dentro un buco.
Fino a quel momento Mimmo “il sub” era riuscito a bagnarsi meno di tutti noi.
Ci prepariamo. Marco inizia a sguainare le corde, zio Felice va avanti e Marco ci chiama uno alla volta.
L’idea — che ben presto smetterà di essere soltanto un’idea — è quella di entrare in una grotta, risalirla con l’aiuto delle corde e poi riscenderla dall’altro lato, per sbucare nuovamente sul letto del fiume.
Personalmente, se non fossi stato con loro, non avrei mai avuto il coraggio di fare una cosa del genere.
Per questo ringrazio vivamente l’amico Marco e zio Felice per il supporto, pratico e psicologico.
Superato questo suggestivo passaggio, proseguiamo lungo il fiume per altre due ore circa.
La stanchezza inizia a farsi sentire e anche le ginocchia gridano aiuto, dopo il continuo sollecitamento tra un saltello e l’altro.
Fortunatamente manca poco.
Stiamo per lasciare il fiume e ricongiungerci con il comodo sentiero che lo costeggia e conduce al nostro punto di arrivo: il Rifugio Montano Povera Mosca.
Poi, un primo segnale.
Dopo più di otto ore di cammino e di assenza quasi totale di civiltà, incontriamo un giovane ragazzo in MTB.
Lo salutiamo e gli chiediamo immediatamente se, per caso, abbia notato un nove posti fermo al rifugio. Un nostro amico, infatti, si è offerto di venirci a recuperare a Povera Mosca e di riportarci a Masistro Park, il nostro punto di partenza.
Il nove posti ancora non è arrivato.
Ci siamo.
Tra una chioma di faggio e l’altra scorgiamo finalmente il rifugio.
Ad attenderci c’è il proprietario, Oscar, insieme al figlio, di cui purtroppo non ricordo il nome ma ricordo bene i modi gentili.
Sapevano del nostro arrivo. Per raggiungere quel luogo con un mezzo è necessaria un’autorizzazione e noi l’avevamo preventivamente richiesta.
Siamo distrutti, bagnati e sudati.
Ma entusiasti come dei gatti al momento dei croccantini.
Fabio non ha alcun dubbio: è arrivato il momento di ordinare delle birre.
E anche subito, senza perdere tempo.
Il nostro viaggio, però, non è ancora terminato.
Luigi non è ancora venuto a prenderci. Ha avuto un imprevisto e dovremo attendere altre due ore al rifugio.
Questa attesa ci costringe, nostro malgrado, a bere altre birre e ci tiene lontani dalla linea telefonica per altrettanto tempo.
Poi finalmente:
è arrivato!
Ci infiliamo tutti nel nove posti.
Prima fermata a Orsomarso per salutare il nostro viator, colui che ha permesso questa avventura. Un abbraccio e la promessa di rivederci presto.
Ripartiamo verso Masistro Park.
Le notifiche dei telefoni iniziano ad arrivare tutte insieme e ci riportano bruscamente alla vita di prima. Tutti vogliono sapere se siamo arrivati, se stiamo bene.
La verità è che non stiamo bene, ma stiamo meglio.
Arrivati a Masistro Park ci attendono tutti con la tavola imbandita.
È il momento della cena e ci hanno preparato una carbonara.
Siamo molto felici.
Ora possiamo dirlo: il viaggio è finito.
Stiamo meglio e abbiamo la testa carica di pensieri, il cuore pieno di emozioni e le gambe piene di acido lattico.
La Valle ci ha segnati per sempre.
Abbiamo stretto con lei un legame che difficilmente si spezzerà. Ancora una volta ci sarà un non luogo, nascosto in una parte remota di noi, che continuerà a ricordarci quanto possiamo essere piccoli, miseri e inconsapevoli davanti alla bellezza smisurata del Creato.
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